Ho sempre pensato che essere madre fosse una cosa semplice, una di quelle cose che, al contrario del lavoro, richiedono poco sacrificio, e non perché sottovalutassi la genitorialità in sé, ma semplicemente perché anch’io sono rimasta vittima di bias culturali che mi hanno portato a pensare, anzi a essere certa, come spesso accade di questi tempi, che essere madre sia una di quelle cose che “si fa”. Punto. Non c’è molto da spiegare: se diventi madre, di conseguenza sei madre. E infatti a me nessuno ha mai spiegato niente, né prima né dopo, su cosa significhi davvero diventare genitore, e io l’ho accettato, silente.
Ed è per questo che alla maternità ci sono arrivata con questa convinzione, che essere genitore fosse una cosa “naturale”, che non ci fosse molto da sapere, che le cose sarebbero venute da sé, che i sentimenti negativi, così come le emozioni brutte, sarebbero svaniti dinanzi a quella creatura che ti guarda e ti sorride. Niente dolore, niente ansie, niente paure, niente ripensamenti o senso di smarrimento, niente di niente. Solo gioie ed entusiasmo infinito.
Poi lo capisci quasi subito in realtà che la maternità, quella vera, di fatto è un tabù, mica se ne parla davvero. Al massimo sentirai racconti di chi ti parla di “mamme esaurite” o “mamme sempre stanche”. Ma sono casi a sé, anomalie, storie dell’orrore spesso raccontate con giudizio, perché di fatto la nostra generazione è cresciuta con l’idea che la maternità sia meravigliosa e che porti con sé solo cose belle. Ecco, la verità è che a me la maternità ha portato tutto e il contrario di tutto, e ancora lo sta facendo, ma soprattutto mi ha tolto tanto, a partire dal lavoro, sì perché (spoiler!), al compimento del terzo mese della mia bambina, sono stata licenziata.
Mi hanno comunicato: “Se non torni chiudiamo”
Non è stata la mia prima volta. Diciamocelo chiaramente: quando scegli di fare del giornalismo il tuo lavoro, quello vero che ti dà da campare, con cui devi pagare l’affitto, e non un hobby da coltivare nei ritagli di tempo, capisci presto che la tua sarà una vita complicata, e quando te ne rendi conto, perché prima campi un po’ di illusioni e di speranze, ti chiedi se sia giusto continuare a inseguirlo quel sogno, o se sia meglio scegliere la serenità. Anche qui è un fatto di classe e di subalternità, ma questa è un’altra storia.
Fatto sta che se sei giornalista, succede che cambi spesso datore di lavoro, a volte per scelta tua, più spesso per scelta degli altri, altre per motivi che non sono mai chiari: il risultato, mi direte voi, non cambia, ed è vero per carità, ma credetemi che la modalità fa la differenza. Perché se te ne vai ti senti sempre in una posizione di forza, o almeno credi di esserlo, perché sei tu che hai deciso, sei tu che continui ad avere il controllo della tua vita, ma se a metterti alla porta è qualcuno, allora lì inizi a vacillare, perché vengono meno le certezze, la fiducia, in te stessa e in maniera più drammatica nel mondo, e in tante altre cose che chi è stato licenziato, sa.
Ecco, a 37 anni ho scoperto un livello successivo, essere licenziata da neo mamma. Perché quando te lo senti dire da madre, oltre che da donna e da giornalista, che un lavoro non ce l’hai più, fa un effetto strano. In quel momento si ferma tutto e, sebbene le tue priorità siano cambiate, così come le tue giornate, sebbene il lavoro non sia più al centro dei tuoi pensieri (ed è vero, cazzo, quanto è vero), ti si stringe lo stomaco e ti chiedi: perché? Di nuovo? Ma io non me lo merito. La verità è che nessuno si merita di essere licenziato, ma sicuramente se sei appena diventata madre te lo meriti un poco di meno.
E così inizi a mettere tutto in discussione, in un momento delicatissimo in cui non dormi, non mangi, vivi col pigiama 24 ore al giorno, non riesci a farti nemmeno una doccia, a meno che tu non abbia la fortuna di avere un aiuto concreto, a volte non sai manco come ti chiami, e in quei pochi momenti di lucidità vorresti solo svenire a letto, sei assalito da ansie, dubbi, preoccupazioni, su di te, tua figlia, il lavoro, la tua vita, il tuo compagno, la coppia, il futuro, i soldi, la casa.
E invece no, ora devi mettere tutto da parte perché una nuova catastrofe si è abbattuta su di te. E come accade per qualunque evento luttuoso ci sono le varie fasi da vivere, dalla rabbia alla non accettazione, passando per l’avvilimento e l’annichilamento.
E anche se sulla carta c’è scritto che la chiusura di un progetto non è imputabile alla tua scelta di diventare madre, sai bene che se non avessi deciso a un certo punto della tua vita di mettere al mondo una figlia, se non avessi deciso di togliere il piede dall’acceleratore, anche solo per un momento, a quest’ora saresti ancora alla tua scrivania, davanti allo schermo di un pc a scrivere, a vivere quel sogno costruito con fatica. E così quel senso di colpa che tu non vuoi provare, semplicemente perché sai che non è giusto, che non dipende da te, come una goccia, ti tormenta nel profondo.
Mi sono chiesta: “Cos’è meglio e per chi?”
“È giusto che tu stia con tua figlia in questo momento”, ti sei sentita dire. Ma è davvero giusto? E per chi poi: per me? Per lei? Per il mio datore di lavoro? Non c’è una risposta, ce ne sono tante. Ma tutte finiscono per puntare il dito proprio verso di noi che abbiamo sfidato il sistema, che abbiamo creduto di poter essere donne, madri, mogli, lavoratrici e di poterlo fare, senza chiedere il permesso.
Ecco, il punto sta tutto qui, che qualsiasi cosa ci va di fare, soprattutto se vogliamo mettere al mondo un figlio, non possiamo deciderlo liberamente. Prima dobbiamo accertarci che siano tutti d’accordo, compresi i datori di lavoro, rappresentazione massima della società in cui viviamo, quella che ci vuole iperproduttivi, anche quando non ci riusciamo, perché dobbiamo correre, correre, correre, senza guardarci indietro, ma nemmeno di lato. Dobbiamo fare, fare, fare. E decidere di fare un figlio vuol dire fare, è vero, ma non è un fare per produrre, è un fare che signifca smettere di pensare a sé e iniziare a pensare a un noi, vuol dire collettività, vuol dire rallentare, vivere di quella vita lenta che non è un reel su Ig ma un cambio di passo che il mondo non sa accettare. Quel mondo dove noi donne siamo ancora obbligate a dover dimostrare, più degli altri, che siamo in gamba, che siamo all’altezza, che siamo come ci vogliono. E che non andrà mai bene comunque.
E allora succede che questa pausa forzata diventa utile a ripensarsi, a riposizionarsi. A chiedersi se ne vale la pena, a ricalibrare la bilancia che finora pendeva verso la parte sbagliata, o forse pendeva e basta senza riuscire mai a trovare un equilibrio. Ma questo non vuol dire mollare, non vuol dire fare un passo indietro, perché il rischio di acuire un isolamento forzato che il post parto impone è dietro l’angolo.
Mi sono detta: “Andare avanti, insieme”
No, non bisogna fermarsi, ma solo ripartire con un passo diverso, che può concedere il lusso di essere senza performare, rispettando il proprio sentire, qualunque esso sia. E so di non essere sola in questo vortice di domande che attanaglia noi donne non appena realizziamo che stiamo per diventare madri. Io ne ho avute tante di domande, a cui sono seguite pochissime risposte, e spesso ho scoperto di avere domande che nemmeno pensavo di voler chiedere.
Ero confusa, sono stata confusa, lo sono ancora, sulla maternità, su quello che porta con sé, e mi piacerebbe parlarne con tutte voi, con tutti voi, mi piacerebbe abbracciarvi tutte e dirvi, dirci, che andrà meglio, qualunque cosa accada, che non siete sole. Spero di farlo con voi in questo spazio libero, confuso e polemico, forse anche poetico, che sa di femmina e speranza.

